Mauro Corona

Alpinista, scultore e poeta

Mauro Corona è nato il 9 agosto del 195O.

Rischiare la pelle diventa subito una questione con la quale farà spesso i conti. Non ci dovremmo quindi stupire se oggi Mauro si ritrova a essere un carpino con la scorza dura e tenace come quella del corniolo!

«Sono nato a Pinè in un carretto, durante uno dei peregrinaggi di mia madre Thia. Gli ertani partivano da Erto a piedi, con carretti pieni di mestoli e utensili di legno che vendevano lungo il viaggio. Arrivare a Pinè da Erto significava fare più di 140 chilometri a piedi. Quel giorno mia mamma si accorse che non poteva più aspettare. Dovevo nascere. Le donne delle famiglie più povere partivano per viaggi del genere anche in gravidanza».

Mauro trascorre quasi sei anni a Baselga di Piné, in provincia di Trento. Successivamente la famiglia decide di riportare lui e il fratello Felice, nato nel 1951, al paese d’origine, Erto: un pugno di case incassato nella valle del torrente Vajont, ultimo baluardo del Friuli occidentale. Mauro conosce i nonni paterni Felice e Maria, e Tina, la zia sordomuta.  Trascorre l’infanzia nella Contrada San Rocco, assieme ai coetanei ertani.

L’amore per la montagna e per l’alpinismo gli entra nel sangue durante le battute di caccia ai camosci al seguito del padre sulle cime che circondano il paese. Appena tredicenne, in agosto, scala il Monte Duranno ed è del 1968, a diciotto anni, la prima via aperta sul monte Palazza, nella val Zemola di Erto. Nel frattempo Mauro frequenta la scuola elementare fino all’ottava classe a Erto, poi inizia le medie a Longarone. Ma il 9 ottobre 1963 la gigantesca ondata del Vajont spazza letteralmente via la cittadina.

«Ricordo un boato indescrivibile, come il rombo di centinaia di aerei che solcano il cielo. Siamo usciti tutti all’aperto, terrorizzati. Era buio pesto. Mia zia Tina, sordomuta, era rimasta in casa, ignara. Toccò a me andare a tirarla via da lì, con la terra che tremava come durante un terremoto. Ci andai, anche se non mi reggevo sulle gambe. Mio padre era via, a caccia, i miei fratelli erano piccoli. Mio nonno non c’era più. Toccava a me aiutare la zia».

Mauro, insieme al fratello Felice, sarà costretto quindi a trasferirsi per tre anni nel Collegio Don Bosco di Pordenone, dove furono mandati a studiare alcuni giovani sfollati dopo la tragedia. La nostalgia, il disagio, il senso di prigionia e di esclusione, la mancanza degli spazi liberi, dei boschi, sono i sentimenti che prevalgono nel corso di quel lungo periodo. Mauro lascia gli studi ma a lui non importa, gli basta rimanere a contatto con gli amati luoghi dell’infanzia, con quelle cime, quelle foreste e quelle radure che tanto gli ricordano la gioventù. Sospende l’attività solamente durante il periodo del servizio militare, a vent’anni. Con i capelli lunghi fino alle spalle, lascia i monti e parte per L’Aquila arruolato negli alpini. Da lì finisce a Tarvisio nella squadra sciatori. La sua passione per la montagna era ormai e da sempre parte della sua vita.

Mauro attrezza rocce del Friuli, del Veneto, arrivando fino a Paklenica, in Croazia. Oggi diverse montagne sono punteggiate da vie di scalata che portano la sua firma, dalla palestra di roccia arroccata in posti inaccessibili, a salite di notevole impegno alpinistico.

Mauro però non si limita all’ltalia, avventurandosi fino in Groenlandia per una spedizione internazionale e volando in California per toccare con mano le leggendarie pareti della Yosemite Valley.

Mauro sarà Special guest di Xtreme Days Winter Edition 2020.

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